da “Venire al mondo. Credenze, pratiche e rituali del parto”

di Gianfranca Ranisio

Il parto è un evento “forte” della vita femminile, carico di significati profondi, che va considerato nel suo rapporto con la società e in particolare con la condizione che le donne hanno in una data società e non isolatamente come fatto biologico. In tale ottica il contributo dell’antropologia può essere rilevante nel fornire nuove conoscenze sulla condizione femminile analizzando situazioni storiche e culturali differenti da quelle delle società occidentali contemporanee.

L’interesse per ciò che riguarda la soggettività, la scoperta del sé, del mondo delle emozioni e delle sensazioni, ha condotto a nuovi approfondimenti in molti campi di indagine, dalla struttura sociale, alla politica, alla parentela, al simbolismo, inducendo a preferire tematiche come l’inculturazione e il condizionamento culturale dei ruoli sessuali e a indagare più in profondità ruoli e spazi femminili nei diversi contesti sociali. Questo tipo di approfondimento, che porta ad analizzare la società dal punto di vista delle donne, induce un’analisi che non si propone solo di mettere in evidenza il ruolo svolto dalle donne nella società ma soprattutto di produrre una differente immagine della società. La nuova impostazione che gli studi di genere forniscono all’antropologia richiede un cambiamento nel modo di utilizzare concetti, teorie, metodologie e comporta anche che ci si interroghi su cosa significhi l’essere donna e fare ricerca in questo settore.
Infatti, come è stato evidenziato da più parti negli ultimi anni, l’antropologa, in quanto donna, nel fare ricerca sul terreno scopre da un lato che nella percezione degli altri non è considerata sessualmente “neutra” e dall’altro che porta sul campo la sua caratterizzazione di genere. Questo le potrà procurare minore o maggiore disponibilità a inserirsi in determinati ambiti, a occuparsi di determinati settori, un approccio differente a tematiche già affrontate dai colleghi, le porrà il problema di come conformarsi a quello che è lo status delle donne in un determinato contesto. Scopre direttamente, nella sua personale esperienza, di trovarsi soggetta a istanze che sono un’altra interessante fonte di documentazione da considerare, ma che richiedono una particolare attenzione metodologica, scopre inoltre la possibilità di affrontare in profondità particolari aree della vita femminile, tra le quali in particolare la sfera della maternità.
Durante questa ricerca, ho potuto rilevare come, con le donne incontrate nel corso della rilevazione, si instaurasse un rapporto privilegiato, che, rinunciando alla tradizionale asimmetria intervistatore/intervistato, tendeva a trasformarsi in un dialogo, in un incontro di due soggettività, che hanno avuto percorsi culturali diversi. Discutere di argomenti come la gravidanza, il parto, interrogare e interrogarsi sul modo in cui si è vissuto questo momento forte della vita femminile, crea infatti una disponibilità che sollecita le donne a parlare con un’altra donna del loro vissuto personale, comporta un confronto di esperienze, uno scambio reciproco. Quando il discorso riguarda stati d’animo, emozioni legate a trasformazioni corporee, al rapporto interno-esterno, alle dinamiche di una relazione che sta per instaurarsi ma già si prefigura nell’immaginazione materna, allora in questi casi il piano del discorso ricerca una condivisione di esperienze che può diventare così esclusiva da rendere difficoltosa la comunicazione non solo con un ricercatore maschio ma anche con una ragazza non sposata.
La ricerca antropologica ha prodotto un’apertura ad argomenti tradizionalmente esclusi da questo ambito di studi, permettendo di individuare alcuni snodi critici del nostro passato e del ruolo svolto dalle donne nel rapporto tra tradizione e innovazione, tra modelli culturali differenti. Tenendo conto di come la condizione della donna si differenzi a seconda dei sistemi sociali e delle epoche storiche, un dato evidente su cui si sono soffermati gli studi è stato quello della subordinazione del genere femminile. ricercare le origini e le motivazioni di tale subordinazioni è una delle tematiche presenti nei dibattiti antropologici.
Già Margaret Mead aveva fornito interessanti anticipazioni e spunti problematici a questo proposito in un passo di Maschio e femmina, che mi sembra significativo in questo discorso. L’antropologa, infatti, aveva posto in connessione i rituali di iniziazione maschile con la subordinazione delle donne, sottolineando come in alcune culture extraoccidentali tali rituali contengano imitazioni dell’atto della nascita. “Tema fondamentale del culto iniziatorio è l’opinione che le donne, in virtù della loro capacità di generare figli, posseggano i segreti della vita”. Il rituale diviene allora per gli uomini “un metodo per ricompensare la propria fondamentale inferiorità” poiché: “Alla base del culto sta il mito secondo il quale il segreto dei riti iniziatori è stato rubato alle donne; talvolta le donne furono uccise per ottenere il segreto”. Secondo questa interpretazione si tratterebbe perciò di riti creati dagli uomini per imitare, condividere e appropriarsi del potere creatore fondamentale, che è quello della maternità. Il rituale iniziatico simula una seconda nascita che deve avvenire ad opera della comunità degli uomini, perciò il giovane deve essere separato dalla madre e sottrarsi completamente alla sfera di influenza femminile.
Se il rituale è la via attraverso cui l’uomo può superare l’iniziale inferiorità, l’acquisizione della superiorità sulla donna avviene allorché l’uomo si appropria del controllo sociale della fecondità, creando il ruolo subalterno di matre-nutrice e con esso attribuendo alla donna, come naturali, determinate caratteristiche, che sono in realtà prodotto di condizionamenti culturali.
Ricerche come quelle di Margaret Mead, per citare l’antropologa più nota e anche più discussa, hanno posto in evidenza come in ogni cultura siano presenti delle linee di demarcazione a seconda del sesso ma hanno rilevato anche come i comportamenti, ritenuti “connaturati” al sesso maschile o femminile, varino a seconda delle società e sia quindi importante approfondire e problematizzare il ruolo svolto dalla cultura nel determinare ciò che è maschile e ciò che è femminile.
In quest’ottica gli studi antropologici hanno proposto nuovi e stimolanti approcci per la conoscenza della condizione femminile. Ida Magli individua in questi punti gli ambiti problematici che sono al centro di queste riflessioni: “il rapporto della donna con la procreazione, l’‘apertura’ della donna all’al di là, al trascendente, al mondo dei morti, la ritmicità che ne scandisce la vita e segna il suo legame con il cosmo, la natura, i cicli temporali, tutto questo che, senza dubbio, è stato oggetto della riflessione e della conoscenza dell’uomo delle origini, è presente oggi nella documentazione antropologica e testimonia il nesso inscindibile fra la ‘natura’ della odnna e la sua significatività culturale”. Le ricerche antropologiche, inducendo a riflettere su quanto ci sia di elaborazione culturale in quella concezione di femminilità come natura “altra” rispetto a quella maschile, hanno posto l’accento sull’ambiguità del concetto stesso di maternità, considerato come funzione principale e destino biologico della donna, che è quello che più di ogni altro è stato utilizzato per definire ruoli e spazi femminili, inglobando in sé sia lo stato fisiologico della gravidanza che l’azione a lungo termine dell’allevamento e dell’educazione del bambino.
Il dibattito sulla maternità che si è particolarmente sviluppato in questi ultimi anni, ha posto in evidenza come lo stesso amore materno non vada dato per scontato ma si sia espresso con un’estrema varietà di modalità a seconda della cultura per cui è importante analizzare i differenti modi di essere madri e di vivere il ruolo materno in rapporto al sistema di valori della società di appartenenza. Questo nuovo modo di guardare alla maternità non più come dato ontologicamente naturale ma come dato culturale, e pertanto soggetto a processi di rielaborazione e costruzione culturale, si collega al presupposto di restituire alle donne il valore della maternità come scelta. In quest’ottica allora, temi privilegiati di ricerca possono diventare le modalità con cui si costruiscono nell’immaginario femminile la rappresentazione del materno, il rapporto che si istituisce con il maschile, e quindi anche con i paterno, tenendo conto di quanto giochino in questa elaborazione le differenze generazionali. Uno snodo critico su cui si sono soffermati studi recenti è la relazione tra il ruolo di madre e quello di moglie ponendone in evidenza l’antinomia fondamentale. In tale ottica è il ruolo di moglie, che ricade sotto l’egemonia dell’uomo, a trasformare in debolezza la capacità riproduttiva della donna.
Queste tematiche di carattere generale vanno analizzate all’interno dei singoli contesti per condurre ad analisi puntuali. È opinione condivisa quella che ogni discorso debba partire non dalla donna ma dalle donne, nella consapevolezza che il genere non può essere considerato come qualcosa di unitario e che è importante tener conto della diversità delle esperienze e dei bisogni.
Mentre nel panorama degli studi femministi l’attenzione prevalente è stata concentrata su donne dei ceti medi e operai, l’antropologia già negli anni ’70 ha unito la categoria di genere al tema delle donne delle classi contadine. Per quanto riguarda la società italiana, analisi e ricerche recenti hanno affrontato in modo problematico i cambiamenti socio-economici e culturali e soprattutto come questi abbiano portato all’affermarsi di una nuova soggettività femminile, una soggettività innovativa nelle sue forme, ma che deve confrontarsi con quanto permane ancora del passato. Con ciò non si vuol affermare che nelle ricerche precedenti non apparisse la figura femminile, ma che questi lavori avevano un taglio particolare per cui ancora negli anni del secondo dopoguerra la presenza femminile rimaneva in ombra, relegata ai margini, e, quando veniva considerata, questo avveniva unicamente nell’ambito della famiglia e dei ruoli familiari.
Pertanto anche gli studi antropologici di quel periodo, per non parlare di quelli demologici, hanno contribuito a fissare l’immagine di una donna arretrata, custode della tradizione e impegnata nella riproduzione biologica e culturale. Più mature riflessioni hanno posto in evidenza invece come, anche nella società tradizionale, a cui si rifanno la maggior parte dei lavori, la situazione non fosse così netta. Questo nuovo modo di porsi di fronte all’emisfero femminile ha introdotto una diversa sensibilità teorico-metodologica nel dibattito sviluppatosi già alla fine degli anni Settanta, che ha portato al superamento di una serie di luoghi comuni che vedevano la condizione della donna, e in particolare della donna contadina meridionale, soltanto nei termini della subalternità e della segregazione nell’ambito domestico. Eppure, anche in quegli anni, con analisi più attente si sarebbero potute cogliere tensioni innovative sul piano della soggettività, in corrispondenza con i grandi mutamenti intervenuti nella società italiana.
Clara Gallini riporta la stimolante testimonianza di Maria, una contadina sarda di circa 70 anni, che dimostra una notevole coscienza critica, nel giudicare ed esprimere una propria soggettività individuale, pur nell’ambito di condizionamenti del suo ambiente. Attraverso Maria, Clara Gallini, intende non solo individuare le trasformazioni di ruoli e di valori dell’anziana contadina sarda, il ruolo e l’importanza della donna nella società tradizionale: “Seguire la fine del ruolo produttivo della donna all’interno della famiglia patriarcale di autosussistenza significa di fatto interrogarsi non solo sullo sfruttamento della donna, ma anche sul grande peso economico e morale che essa aveva in seno alla famiglia tradizionale e in alcuni precisi spazi sociali ad essa connessi”.
La partecipazione della donna alla sfera produttiva anche nel passato , la capacità di assumere i ruoli produttivi più svariati, sono aspetti che emergono sempre più dalle ricerche non solo di antropologi e demologi ma anche di storici. A questa nuova lettura della presenza femminile nel mondo del lavoro hanno dato un notevole contributo le discussioni sollecitate dal testo della Boserup: Il lavoro delle donne (1982), nel quale anche la riproduzione, e con questa le mansioni ad essa collegate, viene valorizzata come lavoro.
È perciò importante, e mi sembra un punto chiave del discorso, soffermarsi su quelle che appaiono le contraddizioni insite nel lavoro della riproduzione. Questo punto è amio avviso un nodo fondamentale da cui partire nel momento in cui ci si interroga sul ruolo delle donne nelle società tradizionali e sulle radici storiche della loro inferiorità. Nella riproduzione, infatti, la donna svolge il ruolo fondamentale che assicura la continuità, sia sul piano biologico che culturale, di una società. Amalia Signorelli individua questa come caratteristica essenziale del lavoro sociale di riproduzione: “Riprodurre significa far diventare grande ciò che è piccolo, rendendo disponibile e utilizzabile per il piccolo ciò che è grande”. Si tratta di un’operazione di messa in rapporto del piccolo con il grande, di relazione tra privato e pubblico, tra individuale e collettivo, tra personale e sociale, compito che è stato sempre lavoro delle donne. Il fatto concreto di portare in sé un figlio comporta delle differenze tra uomini e donne, comporta una predisposizione femminile nel campo relazionale e con questa l’acquisizione di una particolare duttilità. Su questo lavoro si è strutturato un universo simbolico all’interno del quale si sono consolidati quelli che sono i valori storicamente femminili che ci hanno permesso la trasmissione generazionale del modello di cura.
Il potere insito nel processo di riproduzione sociale è stato occultato proprio sul piano del simbolico in ogni società attraverso l’elaborazione di un modello di “naturalità” femminile, connaturata alla donna in quanto tale.
Il confinamento domestico, che ha relegato la donna nella sfera del privato, contrasta con la più ampia accezione della maternità che, in quanto non solo processo di riproduzione ma anche di cura, la pone in una situazione in cui personale e sociale, individuale e collettivo, pubblico e privato si intersecano tra loro.
Negli anni Ottanta il dibattito scientifico, sviluppatosi sia in ambito medico che femminista, si è soffermato sul parto ponendone in evidenza gli aspetti socio-culturali. Infatti il parto non è e non è mai stato un evento privato riducibile al solo dato biologico individuale ma si pone come un evento profondamente radicato nel sociale. In nessuna società il parto è “naturale” ma è sempre un “oggetto culturale”, cioè un evento importante del ciclo sociale, associato a una concezione del pericolo non solo fisico ma anche soprannaturale.
Il parto va considerato all’interno di quello che è stato definito da Brigitte Jordan un sistema etno-natale, un insieme cioè di credenze e di pratiche integrate, che sono relative alla nascita, stabilite e condivise dalla comunità nel suo complesso. Rispetto ad esso ogni gruppo sociale ha sviluppato un insieme di credenze e di pratiche coerente con la concezione generale di quella società. Ma il parto, e con esso la nascita, non va visto come evento puntuale ma piuttosto come evento che si dilata nel tempo, rispetto ad un prima, che è rappresentato dal tempo dell’attesa, ed un dopo, che è rappresentato dal puerperio. In questo senso la nascita si inquadra in una dimensione temporale più ampia di quanto il termine stesso non suggerisca, racchiudendo in sé sia la fase dell’elaborazione fantasmatica, che precede l’evento, sia la fase successiva dell’instaurarsi del rapporto madre-figlio.
Studiare la nascita nelle sue fasi significa analizzare il rapporto che il gruppo ha con la vita e con la morte, non si tratta perciò di privilegiare il discorso sul passato ma di vederlo all’interno di una concezione del mondo e della vita che è profondamente cambiata.
Il sistema natale rispecchia e rafforza i valori in cui il gruppo crede, perciò quando vi sono mutamenti rilevanti anche questo sistema ne è influenzato. Così alle profonde trasformazioni avvenute nella società occidentale, che hanno interessato l’organizzazione sociale e familiare e la stessa concezione del mondo e della vita, ha corrisposto un mutamento radicale nella concezione della nascita.
In tale ottica ho ritenuto opportuno privilegiare come chiave di lettura la dimensione temporale, sia attraverso il criterio delle generazione che attraverso la dilatazione dell’evento lungo l’arco temporale. Infatti questo tipo di lettura può permettere di guardare al parto sotto una angolazione più ampia che tenga conto dei livelli di complessità presenti in esso.

 

* Gianfranca Ranisio è docente di Antropologia Culturale presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Napoli Federico II. Si occupa di pratiche rituali e forme di devozione popolare, soprattutto nell'Italia meridionale. Ha studiato la scena antropologica del parto facendone emegere pratiche e codici culturali. I suoi lavori si situano nel punto di intersezione tra l'antropologia culturale, l'analisi delle tradizioni demologiche e i gender studies.
Attualmente coordina il Master di I livello in Management e Coordinamento dei servizi sociali e sociosantiari presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Napoli Federico II.