“Corpo, riproduzione e salute tra le donne maya dello Yucatán, Messico”

Di Irene Maffi – Università di Losanna

Il filo conduttore del lavoro di Patrizia Quattrocchi sui saperi e sulle pratiche legati al corpo femminile tra le donne maya dello Yucatan è costituito dalla sobada, un tipo particolare di manipolazione corporea che si distingue da altri massaggi per la sua natura terapeutica. La sobada è praticata da alcuni specialisti, uomini e donne, per riposizionare gli organi del corpo quando si spostano dalla loro sede, causando disordini fisici che influiscono negativamente sulla vita degli individui. Tra i diversi tipi di sobada noti tra le popolazioni maya dello Yucatan, esiste la sobada eseguita esclusivamente dalle levatrici, le parteras, per riposizionare il feto durante la gravidanza e riportare al loro posto gli organi addominali della puerpera dopo il parto.

Questa pratica è al centro del lavoro dell’autrice che, partendo da una dettagliata descrizione del contesto storico, politico e culturale locale, avvicina il lettore ai saperi delle donne sul corpo e sulla riproduzione, sviluppando un discorso ricco di riferimenti alla letteratura e ancorato in una solida conoscenza etnografica. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo condotta da Patrizia Quattrocchi nel villaggio maya di Kaua a 125 km da Mérida, capitale dello Yucatan, durante un periodo di 15 mesi tra il 2000 e il 2006.

Seguendo la tradizione etnografica classica, l’autrice rivela una conoscenza approfondita delle società locali di cui ricostruisce la storia dalla conquista spagnola fino all’epoca contemporanea, descrivendo in modo dettagliato gli effetti della colonizzazione e più tardi delle politiche dello stato centrale sull’organizzazione delle comunità da lei studiate. Segue un affresco ricco di particolari della vita quotidiana nel villaggio di Kaua in cui l’autrice descrive l’organizzazione delle terre agricole, la divisione del lavoro, la vita familiare e i mutamenti economici e politici recenti che hanno toccato la comunità locale.

Dopo aver condotto il lettore per le vie di Kaua, illustrandogli l’esistenza ordinaria dei suoi abitanti, Quattrocchi introduce la storia delle politiche demografiche e sanitarie dello stato messicano durante la seconda metà del ventesimo secolo, evidenziando il loro impatto sui tassi di natalità e sulla salute materna e infantile. La sua attenzione si concentra in particolar modo sulle conseguenze che tali politiche hanno avuto sulle levatrici maya, le quali, prive di una formazione medica ufficiale, per continuare a esercitare la loro professione, dagli anni settanta in poi sono state costrette a seguire dei ‘corsi di addestramento’. Sebbene nell’ultimo decennio il contenuto di tali corsi sia stato modificato, permettendo un maggiore rispetto dei saperi locali in precedenza sottovalutati e assimilati a superstizioni, l’asimmetria delle relazioni tra parteras e personale medico perdura. I rapporti di potere tra operatori sanitari provenienti dalle città e di solito ‘meticci’ e terapeuti maya, tra cui occorre annoverare le parteras, rimangono fortemente sbilanciati in favore dei primi, come appare nel terzo capitolo del libro dedicato al pluralismo medico a Kaua. L’autrice affronta il tema della mortalità materna e infantile, mostrando che, benché le politiche statali abbiano contribuito a migliorare la situazione, la povertà, la malnutrizione, le cattive condizioni igieniche della popolazione maya dello Yucatan sono all’origine dei tassi elevati presenti in quest’area del paese. A causa delle discriminazioni cui sono soggette, delle difficili condizioni di vita quotidiana e di un accesso limitato alle strutture sanitarie, le donne sono i membri della società più vulnerabili. Statistiche alla mano, Quattrocchi mostra che i tassi di mortalità e di morbidità materni e infantili non sono dovuti alle pratiche delle parteras, poiché negli ospedali essi sono molto più elevati, bensì alle misere condizioni di vita delle donne e delle famiglie che vivono nelle aree rurali dello Yucatan. L’analisi dell’antropologa mette a nudo le grandi disuguaglianze sociali, economiche e di genere in seno alla popolazione yucateca, identificandole come le cause principali dell’accesso ineguale alle strutture sanitarie.

Il cuore del libro è dedicato alle concezioni e alla gestione del corpo femminile nella sua fase riproduttiva. Dopo aver trattato dei rapporti tra il centro di salute governativo, il personale medico e i terapeuti locali e esaminato l’interazione tra i diversi modelli di cura, Quattrocchi introduce il lettore alle ‘traiettorie riproduttive’ delle donne di Kaua. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare leggendo il titolo del libro, le interlocutrici principali dell’antropologa non sono le donne gravide e le madri, bensì le levatrici. E’ attraverso le pratiche e i discorsi delle levatrici che il lettore ha accesso al sapere e alle pratiche del corpo femminile. Dopo aver presentato le storie e i profili delle nove parteras con cui ha intrattenuto dei rapporti durante la sua ricerca, l’antropologa prosegue analizzando in modo dettagliato il ruolo delle levatrici nelle diverse fasi della procreazione: gravidanza, parto e puerperio.

Quattrocchi illustra con accuratezza etnografica il ruolo fondamentale rivestito dalle levatrici durante la traiettoria riproduttiva delle donne: esse assicurano tanto il sostegno tecnico ritenuto necessario quanto l’appoggio emotivo e cognitivo che permette alle future madri di attribuire un senso agli eventi, creando un’atmosfera rassicurante. Il processo di attribuzione di senso passa attraverso la pratica mensile della sobada che permette di riposizionare il feto, di stabilire un contatto emotivo e corporeo tra la levatrice e la donna incinta, di trasmettere dei saperi sul corpo in relazione con le concezioni locali della società e del cosmo. Le donne gravide, oggetto di cure fisiche, emotive e sociali da parte delle parteras, non sono esenti dal dovere di occuparsi di se stesse secondo le prescrizioni locali che comportano l’assunzione di determinate categorie di cibi e di bevande e l’adozione di comportamenti specifici miranti a garantire il corretto svolgimento del processo riproduttivo. Di particolare interesse è l’analisi dei rapporti di interconnessione e reciproco adattamento tra le pratiche e il sapere biomedici rappresentati dal centro di salute governativo e il ‘sistema natale maya’ rappresentato dalle parteras.

Quattrocchi insiste sul fatto che durante la gravidanza le levatrici invitano le donne a recarsi al centro di salute per sottoporsi a dei controlli, perché non si sentono in concorrenza con il personale di quest’ultimo. In effetti, le parteras e le altre donne di Kaua ritengono che le pratiche locali che ritmano la gravidanza siano diverse, ma non necessariamente contraddittorie rispetto a quelle biomediche. In generale, i rapporti tra il personale del centro sanitario del villaggio e le parteras sono buoni, cosicché la maggior parte delle donne incinte si sottopone regolarmente a visite di controllo da parte del personale medico.

Molto diverso invece è l’atteggiamento delle levatrici quando si tratta della gestione del parto, tema che l’autrice affronta in uno degli ultimi capitoli del libro. Questa sezione termina con la descrizione dello svolgimento di un parto ordinario, del trattamento della placenta e delle cure cui è soggetta la puerpera durante le prime settimane dopo il parto. Quattrocchi evidenzia che alcune pratiche un tempo diffuse che toccavano il periodo del puerperio sono state di recente abbandonate, quali per esempio il trattamento differenziato della placenta a seconda del sesso del neonato.

La parte più importante del lavoro è dedicata alla sobada intesa come una pratica centrale che permette all’autrice di esplorare le concezioni del corpo, della malattia e della salute della popolazione maya da lei studiata. Attraverso l’interpretazione della sobada, Quattrocchi introduce il lettore al mondo complesso e ricco dei saperi e delle pratiche del corpo propri delle donne di Kaua, esaminando la concezione degli organi, del loro equilibrio e della loro mobilità in quanto elementi all’origine del benessere e del disordine degli individui. L’autrice si concentra soprattutto sulla concezione del corpo femminile, mostrando le caratteristiche specifiche che lo distinguono da quello maschile. La ‘mobilità fisiologica’ e l’instabilità inerenti al corpo delle donne ne fanno in effetti un corpo diverso da quello maschile e più bisognoso di cure e di pratiche culturali atte a riportarlo all’ordine. E’ soprattutto durante la gravidanza, il parto e il puerperio che l’ordine deve essere ripristinato, perché la natura stessa del processo riproduttivo e i mutamenti somatici di cui è causa creano un disequilibrio. Le conoscenze e le abili mani delle parteras sono le sole a potere ripristinare l’equilibrio del corpo femminile, garantendo allo stesso tempo lo svolgimento felice dell’itinerario di nascita.

L’analisi approfondita di Quattrocchi permette di cogliere il senso culturale, sociale e politico della sobada effettuata dalle levatrici sui corpi delle donne: si tratta di una pratica all’incrocio tra diverse sfere della società, che esprime la resistenza delle donne di fronte al potere maschile, l’opposizione delle levatrici al modello biomedico, la conservazione del sapere locale di fronte a pratiche mediche di origine europea. La sobada è quindi per l’antropologa una forma di ‘critica sociale’ e di ‘ribellione incorporata’, nel senso in cui queste si incarnano in una pratica corporea ricevuta dalle donne e effettuata dalle donne. L’interpretazione di ciò che Quattrocchi definisce une ‘rifunzionalizzazione’ o una ‘risignificazione’ della sobada appare convincente, benché alcuni aspetti solo accennati avrebbero meritato maggiore attenzione alfine di rendere l’analisi più articolata.

Il capitolo strettamente collegato a quello precedente, affronta il tema della scelta del luogo del parto e cioè della concorrenza tra parto ospedaliero e parto a domicilio. Quattrocchi riporta le testimonianze di alcune donne di Kaua in cui esse spiegano le ragioni per cui hanno scelto di partorire all’ospedale circondate da medici o al contrario a casa loro con la levatrice. Dopo aver mostrato la coesistenza di visioni e di pratiche diverse in seno alla stessa comunità, l’autrice si sofferma da un lato sulle argomentazioni delle madri dall’altro su quello delle parteras in favore o contro l’ospedale. Molto originale è l’analisi della contrapposizione tra il parto a casa e il parto in ospedale: il primo è visto come un parto ‘normale’, che non comporta la violazione chirurgica del corpo della donna, mentre il secondo è di solito sinonimo di parto cesareo o di episiotomia. Diversamente dalla maggior parte delle donne che partoriscono in America del nord e in Europa dove gli interventi medici sono ormai percepiti come ‘normali’, le (future) madri intervistate da Quattrocchi sembrano poco inclini a sottoporsi a queste pratiche. La maggioranza di esse considera il parto a casa un evento rispettoso dell’integrità corporea, che permette la continuità delle cure della levatrice nel periodo della gravidanza, del parto e del puerperio, garantendo la qualità della relazione tra la partera e la donna gravida e il rispetto dell’intimità. A Kaua, il parto a domicilio sembra dunque costituire un modello culturalmente valorizzato che si contrappone alla nascita ospedaliera. Nel caso del parto, la scelta tra modello biomedico e sistema natale maya si impone alle donne e alle loro famiglie senza possibile compromesso tra l’uno e l’altro: l’alternativa è tra le mani della levatrice e gli strumenti chirurgici del medico.

Nella conclusione del libro, Quattrocchi riprende e sintetizza i principali elementi emersi nel corso dell’analisi. I significati della sobada sono ripresi in tutta la loro complessità: essa è considerata dall’autrice come un discorso delle donne sul corpo femminile, una pratica incorporata, una forma di resistenza femminile nei confronti del potere maschile, un modo per le donne di controllare il proprio corpo, una tutela dei saperi locali di fronte a paradigmi culturali esogeni e una difesa da parte delle levatrici del proprio statuto di fronte agli operatori sanitari governativi.

 

Lo studio di Patrizia Quattrocchi presenta un ritratto coerente delle pratiche e dei saperi del corpo femminile e della riproduzione nella comunità maya di Kaua, grazie alla ricchezza di dettagli etnografici, alla pertinenza delle analisi, alla padronanza della letteratura e alla conoscenza approfondita del contesto. Come annotazione finale, non è inutile menzionare che il testo è corredato da un’ampia documentazione fotografica che completa e arricchisce il testo, offrendo al lettore un’immagine vivida di Kaua e dei suoi abitanti.

Tratto dalla rivista Confluenze