Le culture del parto tra agency e medicalizzazione

[…] Le condizioni attualmente diffuse sono quella del parto come momento medico ed esperienza strettamente legata all’agire sanitario e dell’intero percorso nascita come un percorso da compiere sotto il controllo medico. […] Attualmente il controllo medico è introdotto sin dall’inizio della gravidanza ed accompagna la donna per tutto questo periodo, abituandola a considerare il parto come evento medico e, quindi, il sapere medico come unico sapere. A questi cambiamenti hanno corrisposto non soltanto uno svuotamento di contenuti delle pratiche tradizionali, sino alla loro scomparsa, ma anche un mutamento nei rapporti sociali, nelle strutture familiari e nei rapporti tra i sessi e tra le generazioni.

Rispetto al parto si sono contrapposte, pur con caratterizzazioni e sfumature differenti, sostanzialmente due interpretazioni, l’una spesso definita “nostalgica”, che sottolinea l’aspetto corale, tutto al femminile del parto tradizionale e l’altra “progressista”, che pone in evidenza come l’intervento medico abbia ridotto i pericoli del parto e lo abbia reso meno doloroso.

 

La medicalizzazione

Il corpo femminile è stato particolarmente esposto ai processi di medicalizzazione, sia per la complessità e per le caratteristiche del ciclo fisiologico e dell’apparato riproduttivo, sia per il ruolo sociale che le donne ricoprono nelle famiglie.

Attualmente la rimozione degli aspetti sociali del parto ha avuto come conseguenza che si sia attribuito alla medicina il compito di prendersi in carico l’evento e darne l’unica definizione socialmente riconosciuta, ne è conseguito che l’organizzazione sanitaria gestisce ogni tappa del percorso nascita come se si trattasse di una malattia. Da questo deriva un senso di inadeguatezza che pervade la donna e la rende dipendente dal medico e dalla tecnologia medica, sia questa rappresentata da un monitor, da un ecografo o da altra macchina, che sono considerate come garanzia per un buon esito del parto.

È stato perciò sottolineato da più parti che l’attuale tendenza a voler gestire la nascita da parte della medicina è l’antitesi del voler instaurare nelle donne la fiducia nel loro corpo e nei suoi segnali.

Un cambiamento decisivo è stato il progressivo aumento della “pratica” del taglio cesareo che, fino alla prima metà del XX secolo, poiché non era sicura, era eseguita molto raramente e solo in condizioni di accertata impossibilità di salvare la madre.

Nell’ultimo ventennio del XX secolo le critiche al parto medicalizzato hanno riguardato aspetti che segnano profondamente il corpo e che intervengono direttamente nello svolgimento del parto, dall’imposizione della posizione litotomica alla diffusione abnorme dei cesarei. Anche l’ambiente asettico e il rapporto spersonalizzante che si crea all’interno dell’istituzione ospedaliera sono fattori che hanno comportato lo spostamento dalla centralità della donna alla centralità della tecnologia della nascita, riconoscendo sempre meno competenza alla donna e trasformando un evento fisiologico in patologico. Mentre sino a pochi decenni fa le donne tendevano a rifarsi ai saperi tradizionali durante la gravidanza, anche quando poi richiedevano il parto medicalizzato, oggi tutto il percorso nascita è medicalizzato e tecnologizzato.

[…] È importante comprendere le cause profonde anche emotive di scelte come quelle del parto cesareo nella nostra società, il tipo di informazioni che le donne hanno rispetto al parto e ai meccanismi fisiologici di esso. Emergono temi come la mancanza della fiducia in se stese da parte delle donne, la paura del dolore ma anche della propria incapacità, mentre il taglio cesareo viene scelto come una modalità di nascita ormai accettata e legata ai valori sociali sulla riproduzione.

 

Il concetto di agency

[…] La scienza medica sembra voler rassicurare la donna sulla possibilità di avere un parto facile e indolore; i messaggi provenienti da varie fonti, tra i quali la pubblicistica o i programmi televisivi sulla salute, usano termini come parto dolce e parto indolore, forniscono informazioni sull’uso della musicoterapia, delle luci diffuse, del parto in acqua, dell’anestesia epidurale ecc.

[…] Può sembrare paradossale, eppure l’abbondanza di informazioni, il monitoraggio costante della gravidanza, il controllo medico che accompagna la vita della madre e del bambino, non sono fattori che diminuiscono l’ansietà della donna, ma anzi creano un’atmosfera di crescente preoccupazione che circonda l’evento nascita.  Come rileva Volpi, in modo quasi provocatorio: “è proprio la maternità a scoraggiare la maternità”, sottolineando come la medicalizzazione non incentivi la decisione di avere dei figli. In effetti la maternità è entrata in una sfera per cui l’apparato medico-sanitario comanda su tutta la vita della donna, da quello che mangia a quello che fa. Questo non fa che aumentare il senso di sfiducia e di insicurezza e, aspetto ancora più delicato, la solitudine.

 

Le indagini in Campania

Il contesto campano presenta delle caratteristiche rilevanti per chi si occupi del processo di medicalizzazione del parto e del percorso nascita in generale. Nella regione sino agli anni Sessanta/Settanta, in alcuni casi ancora agli inizi degli anni Ottanta, erano presenti i parti in casa soprattutto nelle zone interne, tuttavia i rapidi mutamenti intervenuti nella società hanno portato questa regione a essere quella con la percentuale più alta di cesarei nelle statistiche nazionali. Questo dato, da un lato, pone in evidenza il modo pervasivo in cui si è esteso il processo di medicalizzazione, dall’altro si pone come una cesura rispetto al passato e alle sue pratiche, che appaiono più che lontane nel tempo, rimosse, come collegate a “un cattivo passato”, che è ricordo di miseria, di precarietà esistenziale, di mancanza di assistenza sanitaria.

I dati sono facilmente reperibili grazie all’importante lavoro statistico ed epidemiologico di monitoraggio continuo sul territorio, che porta ogni anno alla redazione del Rapporto sulla Natalità in Campania. Dal Rapporto sulla Natalità 2010, presentato nel maggio 2012, si evince che nel quinquennio 2006-2010 il numero di cesarei si è mantenuto pressoché costante, intorno al 60%, con picchi in alcune strutture private anche intorno all’80%, contro il dato nazionale che è circa del 38%, e a confronto con la percentuale di TC per l’Emilia Romagna, che è del 30%.

Regalia e Bestetti (2010) si soffermano sulla frequenza dei cesarei in Italia ricercandone le ragioni in una spiegazione multifattoriale che chiama in causa l’ignoranza degli stessi operatori, i problemi legati al contenzioso medico-legale, le motivazioni economiche ed infine, ma non per questo meno rilevanti, il comportamento e l’orientamento delle donne stesse, che basano le loro decisioni rispetto al parto su di una scarsa informazione o sulla circolazione di notizie errate.

[…] Secondo gli estensori del rapporto, per spiegare l0alto tasso di cesarei in Campania si possono individuare una pluralità di fattori, tra i quali la delega data dalle donne ai medici, ma soprattutto sembra determinante la convenienza, per i ginecologi e per le strutture ospedaliere, di incrementare i parti cesarei perché programmabili e perché più remunerativi economicamente.

[…] Da questo Rapporto si conferma che la medicalizzazione non è presente solo nella fase del parto, ma che è l’intero percorso nascita ad essere improntato alla medicalizzazione, come appare dalle tendenze presenti nei protocolli di assistenza in uso, e come dimostra anche il ricorso a un numero eccessivo di ecografie.

[…] Fondamentale è dunque l’attività di informazione, counselling e sostegno alle partorienti, carente soprattutto al Sud, dove le donne sono anche troppo spesso escluse dai processi decisionali.