Nomi, segni e messaggi (Identificare i trovatelli nella Napoli di tardo XIX Secolo)

Le modalità di articolazione della parentela in Europa hanno da sempre rappresentato, negli studi antropologici dedicati a questo argomento, un implicito termine di paragone. David Schneider (1980) ha messo in luce quanto i concetti di ‘biologico’ e ‘naturale’ siano fondamentali nella rappresentazione delle strutture familiari euro-americane, e come questa tendenza si sia riflessa nell’antropologia della parentela. Gli sviluppi recenti – come le tecniche di riproduzione artificiale – hanno portato, secondo molti antropologi, a un deterioramento dei rapporti tra ciò che è ‘biologico’ e ciò che è ‘sociale’. Inoltre spesso si dimentica che, in quanto sistema simbolico, la struttura parentale europea ha vissuto una storia complessa, inspiegabile se si parte dalla rappresentazione convenzionale della modernità. Un esempio tra gli altri è l’abbandono della prole istituzionalizzato.

Analizzando i documenti presenti nell’archivio, indagherò sull’abbandono dei neonati nel brefotrofio napoletano della Reale Santa Casa dell’Annunziata, all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento. L’orientamento della ricerca è socio antropologico, tuttavia la discussione metodologica fa solo da background per l’analisi empirica dei dati. Il mio approccio è anche microstorico, sia nel metodo che attraverso l’analisi di documenti della storia sociale italiana relativi allo stesso argomento. In particolare considererò quale espressione del punto di vista sulla parentela e sullo status dei bambini soprattutto i messaggi e gli oggetti lasciati insieme a questi ultimi.

Il termine “micro” è agli antipodi della reale natura del fenomeno. Ciò che l’archivio offre in grande abbondanza sono proprio i numeri: durante il breve periodo esaminato, 1870-1872, 6.961 è il numero di bambini lasciati alle cure dell’Annunziata. La demografia storica rende possibile l’analisi delle correlazioni, dal momento che queste spesso diventano visibili solo ad un macro livello. Per esempio è stato dimostrato che l’aumento degli abbandoni è legato, non solo al tasso di nascite illegittime, ma anche al prezzo del pane e ai tassi di migrazione interna. Anche la pratica dell’affidamento a lungo termine potrebbe essere spiegata in termini di bisogni materiali.

“L’abbandono dei neonati era un sistema di scambio, attraverso il quale le donne povere che non potevano mantenere i propri figli li affidavano, definitivamente o temporaneamente, ad altre donne povere [provenienti dalle zone rurali] che avrebbero beneficiato delle braccia e del salario extra che il bambino avrebbe prodotto una volta cresciuto.” (Fuchs 1992:11-12). Ransel (1988:221) parla dei trovatelli come di “beni deperibili” circolanti all’interno di un “traffico della miseria – perlopiù colle medesime modalità del capitale”. Questo traffico appare così diretto da una mano invisibile e portato avanti da agenti razionali.

Non è mia intenzione contestare l’accuratezza di queste analisi. Ciò che metto in dubbio è l’implicita distinzione tra emozione e interesse (si veda Medick e Sabean 1984), seppure la questione dell’indifferenza parentale (Shorter 1977) viene in larga misura tralasciata dagli autori di queste generalizzazioni. La predominanza della demografia storica ha incoraggiato la tendenza a “inferire l’esistenza di particolari relazioni emotive all’interno delle famiglie a partire dai crudi dati demografici rivelati dalle statistiche” (Wilson 1984:181).

Ci sono due presupposti dietro a questo salto dal livello collettivo a quello individuale. Il primo è che le strategie familiari e individuali siano delineate da una presupposta razionalità. Per esempio Ransel (1992:22) parla di interessi economici e maneggi, e aggiunge: “le persone che si avvantaggiano delle opportunità di guadagno economico, raramente sono mosse da altri principi morali.” Il secondo presupposto è che sia possibile ridurre tutto al profitto finale, dando scarso peso a tutte le azioni e transazioni intermedie. Del resto è molto facile che in queste ricerche vengano proiettate – in maniera anacronistica – le nozioni attuali di genere, maternità e vulnerabilità dei bambini. È interessante notare che questi ‘salti’ sono spesso marcati da parole come “naturalmente” o “ovviamente”.

Come nella visione dei socio antropologi costruita dai microstorici, osserverò le interazioni sociali che possono esprimere correlazioni inattese e incoerenze (si veda, Zemon Davis 1981; Levi 1991), e, come gli antropologi di orientamento simbolico e interpretativo, guarderò a questi processi come a delle pratiche simbolicamente mediate. Da questo punto di vista relativistico, difficilmente i bambini saranno paragonati a beni materiali. Sebbene sia molto facile arricchire le scoperte della demografia storica riducendo la scala e concentrandosi sulle persone ordinarie in quanto soggetti, c’è ancora molto da fare nell’approccio microstorico. In questo caso la natura assolutamente enigmatica dell’archivio storico va rispettata poiché riflette un nodo essenziale del sistema, basato cioè sull’anonimato e sulla segretezza. I “soggetti e le voci non sono facili da delineare.

Attraverso i secoli l’abbandono istituzionalizzato è diventato un fenomeno transazionale, di interesse centrale per le complesse formazioni ideologiche, politiche e istituzionali. Gli anni esaminati nel corso di questo studio sono gli ultimi dell’antico regime a Napoli, ma le correnti ideologiche e le trasformazioni non saranno discusse in questo articolo – per quanto dopo l’Unità (1860-1870) furono redatti un numero enorme di resoconti relativi a questa problematica, spesso permeati da uno spirito riformista. È indubbiamente complicato comprendere la logica del sistema, anche solo a livello locale, se si tralascia il contesto più ampio (si veda Kertzer 1993; anche Tapaninen 1999). La questione è che non esisteva un singolo sistema – politico, legale o ideologico – che potesse spiegare l’esistenza dell’abbandono della prole nella sua forma istituzionalizzata. O meglio, condizionamenti/restrizioni e possibilità presero forma di relazioni sociali permeate dalla complessità. Non è possibile ammettere che furono forze astratte a muovere gli attori sulla scena.

Un’enfasi particolare deve essere data a quegli episodi che concretamente hanno attraversato i presunti limiti del sistema, portando alla luce incoerenze e paradossi. Quest’affermazione si riferisce ad una forma specifica di positivismo. Nelle parole del socio antropologo Edmund Leach, “[p]ositivismo è l’idea che una ricerca scientifica accurata non debba essere confinata allo studio delle relazioni esistenti tra fatti direttamente accessibili all’osservazione” (Leach 1966:39). Questo approccio ricorda i principi metodologici della microstoria, del “rigore scientifico” (Muir e Ruggiero 1991) e dello studio intensivo di fatti concreti attraverso il materiale documentario (levi 1991), nonostante le evidenti differenze nei metodi e negli argomenti di studio. In più sia il metodo microstorico, sia quello etnografico conducono lo studioso in spazi di ricerca non convenzionali allo scopo di mettere in discussione le nozioni date.

La molteplicità di significati assegnati alla maternità e alla paternità è una tematica che si ritrova ad ogni livello d’analisi, dal più generale al microscopico. Insieme ai genitori biologici, spiccano, in quanto relazioni espresse in termini di parentela, la paternità istituzionale, la maternità sacra della Madonna, l’affidamento e le adozioni di fatto. Questa pluralità di significati assume forma tangibile in specifiche trasformazioni, e la trasformabilità dei rapporti può essere tracciata attraverso due esempi concreti. Il primo consiste nel latte materno (vedi Tapaninen 2004), che simbolicamente rappresenta la cristallizzazione di quelle reti sotterranee relative al nutrimento dei neonati. Il secondo aspetto, legato ai concetti di relazione e filiazione, è la nozione di appartenenza e individualità, di cui il nome è portatore. Attraverso queste parole chiave, il complesso fenomeno dell’abbandono della prole può essere esemplificato in modo da consentire la “defamiliarizzazione” o “straniamento” (Ginzburg 1996).

In questo articolo mi concentrerò sul secondo aspetto, i nomi. L’approccio è nominalistico nel senso sottolineato da Ginzburg e Poni (1991), il metodo è di seguire i nomi attraverso diverse fonti d’archivio in maniera tale da costruire “un’immagine grafica della rete di relazioni sociali all’interno della quale è inserito l’individuo”. In questo caso, tuttavia, non sarà possibile ottenere un ritratto ampio dei singoli: i nomi propri sono uno degli aspetti più critici del sistema, del resto le pratiche di assegnazione del nome si originano proprio da quest’assenza. In che modo i genitori lasciavano tracce, identificavano i propri figli e costruivano relazioni? Quale nozione di genitorialità e di ‘riconoscimento del bambino come persona’ è espressa da questi messaggi [N.d.T. il termine personhood è di difficile traduzione in quanto va oltre la nozione italiana di ‘personalità’. Personhood è l’essere una persona dal punto di vista sociale, il riconoscimento dell’individualità all’interno della società. Si è deciso di parafrasarlo per renderlo più comprensibile.]? A quali influenze e condizionamenti erano soggette queste forme di comunicazione? E ancora, come appare la questione della legittimità – quella paterna in particolare – nei documenti? Tutte queste domande fanno riferimento ai pilastri stessi su cui era basato il sistema di abbandono.

Figli di nessuno

Il principio di anonimia ha da sempre gettato la sua ombra sull’abbandono istituzionale. Nelle parole di Donzelot (1980), i brefotrofi erano parte di un insieme complesso che si occupava delle “inevitabili vittime del regime familiare [cattolico]” delineato dagli “interessi strategici” comuni all’ordine statale e all’ordine familiare. L’obiettivo era salvare i neonati nati al di fuori dei vincoli del matrimonio del rischio di infanticidio o aborto – e, ancor di più, provvedere all’insabbiamento delle relazioni potenzialmente scandalose. Per l’accoglienza di questi bambini, gli ospizi avevano un semplicissimo apparato tecnico: la ruota. Quest’ultima non era altro che una scatola di legno rotante, inserita in un piccolo foro nel muro. Lo scopo era di garantire una fittizia invisibilità e anonimato alla persona che abbandonava il figlio.

L’effettivo girare della ruota – la sua frequenza o le forze ideologiche e sociopolitiche dietro a questo movimento – non è oggetto di questo articolo. Lo sono piuttosto le domande che la ruota stessa pone: che tipo di trasformazioni operano su chi passa attraverso la ruota? I messaggi di accompagnamento, che cosa possono svelare e cosa invece nascondono? La questione dei nomi era, a mio parere, centrale al sistema a prescindere dalle forme variabili che quest’ultimo ha assunto

A Napoli, la ruota ha continuato a girare per centinaia di anni, e con una frequenza crescente. Nel XIX secolo, il funzionamento delle ruote e i principi di segretezza relativi al loro utilizzo erano codificati nel Codice Napoleonico (Kertzer 1993:89). Fondamentale era il divieto di investigare sull’identità del padre, parallelamente alla “segretezza della maternità” assicurata dalla ruota e dal reparto maternità (Hunecke 1991:60). Dopo l’Unità, mentre l’identificazione paterna era ancora proibita, la maternità “naturale” delle donne non sposate iniziò a subire una maggiore sorveglianza sul piano pratico (si veda Pomata 1980). Uno dopo l’altro gli ospizi iniziarono a chiudere le ruote. A Napoli la chiusura avvenuta nel 1875 fu anticipata dall’apertura nel 1872 di un ufficio d’accoglienza.

Nel 1857, Cossovich (1990 [1857]) descrisse le origini dei brefotrofi napoletani come segue: “Necessità o peccato, ma, purtroppo, più spesso peccato, affidano quasi quotidianamente [sic] questi esseri infelici senza nome né titolo alle cure delle istituzioni caritatevoli”. “Peccato o miseria”, espressione ricorrente che alludeva velatamente all’illegittimità o alla povertà. L’abbandono non era scoraggiato, né veniva fatto alcuno sforzo per indagare le ragioni di quest’ultimo, almeno fino alle riforme. Di conseguenza, i brefotrofi accoglievano non solo i figli illegittimi di donne nubili, ma anche i bambini che venivano abbandonati a causa delle misere condizioni di vita dei genitori. Non è una sorpresa dunque che l’abbandono sia stato spesso concettualizzato come “il meccanismo sociale di ridistribuzione del ‘surplus’ di neonati” (Tilly 1992:3). Accolti negli ospizi in quanto “figli di genitori sconosciuti” indipendentemente dalle loro origini, a questi bambini veniva dato il nome di esposti, proietti, gettatelli o trovatelli (si veda Kertzer 1993:11).

De Crescenzio (1873:276), il direttore dell’Annunziata, ha ampiamente descritto questa strategia come “solidarietà ad occhi chiusi”. Nel nome dell’anonimato, i bambini “gettati” da forze astratte venivano accolti in quanto orfani. Nelle elaborate parole di De Crescenzio (1873:22), “[la ruota] produce una classe senza nome – poiché tra l’ospizio e la madre c’è un abisso.” La parola ‘abisso’ rappresenta perfettamente questa caratteristica del sistema: la ruota, in teoria, cancellava la nascita, nascondeva l’identità e disfaceva ‘l’essere una persona’ [N.d.T. personalhood] dei neonati. Possiamo dire che l’anonimato – sia come forma di protezione che come reale assenza del nome/esclusione – era centrale nel funzionamento di questa istituzione.

De Crescenzio, come tutti i riformatori, vedeva la ruota come qualcosa di obsoleto. Nello Statuto Organico del 1875 – in gran parte ispirato da lui stesso – è messa in luce la natura controproducente di questo tipo di assistenzialismo. Tuttavia, è interessante notare, che questo aspetto è ancora legato a una problematica di carattere morale. I concetti di “onore familiare” e “pregiudizio sociale” continuano ad evocare immagini di un ordine sociale e morale.

Figli della Madonna

Dopo che il bambino era stato tradotto attraverso la ruota, una nuova, anomala, identità sociale gli veniva attribuita per compensare quella che aveva perso. La ruota dunque era una sorta di ‘vuoto’, dal momento che la costruzione della nuova identità avveniva alla strega di una rinascita.

I neonati venivano battezzati (spesso sub conditione) e veniva dato loro un nuovo cognome, anche se erano già stati registrati alle autorità dai genitori. Tutti i trovatelli accolti fino al 1814 ricevevano il cognome Esposito, dopodiché i cognomi venivano inventati seguendo un ordine alfabetico basato sul mese di entrata nell’istituto. Ogni bambino aveva un numero identificativo, o una combinazione di una lettera indicante l’anno di entrata e a seguire il numero.

La (ri)nascita era successivamente notificata al registro locale. I bambini venivano identificati dal nome, numero di registrazione e dall’affisso di A.G.P. (Ave Gratia Plena) in sostituzione del patronimico. Queste tre lettere designavano non solo “genitori ignoti”, o il nome paterno mancante, ma piuttosto una filiazione istituzionale e una forma di tutela. Molti bambini che erano già stati registrati prima di entrare all’Annunziata - magari nello stesso ufficio – convivevano con la vecchia identità, poiché quest’ultima non poteva essere rivelata. Dunque la ruota delegittimava e legittimava contemporaneamente gli esposti.

Ai bambini veniva affidato un marchio, un medaglione sul quale erano effigiati la Madonna dell’Annunciazione e il numero identificativo. Anche quest’oggetto era emblematico dell’appartenenza istituzionale dei bambini. L’integrità del marchio identificava le ragazze come “figlie sincere [della Madonna]”, le quali, diversamente dai maschi, potevano usufruire della custodia istituzionale e del domicilio presso la “santa casa” per tutta la vita. Il primo regolamento dell’istituto (Regole 1739) era pervaso da un’ossessione per il marchio: era visto come segno di legittimità che assicurava “privilegi” alle “figlie” della “famiglia”. Solo il marchio garantiva l’identificazione delle “vere figlie”, perciò costituiva un potenziale strumento di frode. La logica era centrata sul principio legale di patria potestas.

Un altro aspetto di questo tipo di legittimazione era l’anomalia sociale e la marginalità spirituale. I portatori del medaglione erano conosciuti come “figli della Madonna”.

[La ruota dell’Annunziata], come molte società segrete nei tempi antichi e moderni e come le caste privilegiate, è un simbolo, una sorta di iniziazione pertanto entrandoci si viene accettati nella classe di individui distinti dalla comunità umana che costituisce la casta dei bambini dell’Ave Gratia Plena, comunemente detta dei figli della Madonna. […] [La ruota] era come il mantello della Madonna, posto sul bambino ammesso, lo rendeva degno di appartenere ai suoi figli ponendolo sotto la propria protezione. (De Crescenzio 1873:207-08.)

Trovatelli identificati

In che modo i principi che abbiamo discusso venivano messi in pratica all’Annunziata? Diversamente da altri brefotrofi, l’ospizio napoletano non aveva un reparto maternità dove le donne nubili incinte potevano essere accolte. I bambini venivano portati all’Annunziata dalle persone oppure inviati dalle autorità dei dintorni di Napoli e dagli ospedali. La presunta assenza del nome dei trovatelli assumeva diverse forme. Il caso più eclatante è quello di Torre del Greco, dove il sindaco e il parroco inviavano quotidianamente bambini, sostenendo che venivano abbandonati sulla porta di casa delle balie locali. Ai trovatelli veniva dato un nome, il battesimo, venivano registrati e poi inviati all’Annunziata per essere registrati daccapo.

I due ospedali napoletani nei quali era presente un reparto maternità seguivano strategie differenziate. L’Ospedale Gesù e Maria, aperto in data successiva, provvedeva a inserire informazioni sull’identità della madre, ma non del padre, nella nota di accompagnamento ufficiale. Inoltre la madre superiora e due preti scrivevano il certificato di battesimo, allegandolo alla lettera di accompagnamento. Qui veniva registrato il nome del padre, se era stato fornito dalla madre, così che il bambino veniva identificato con quel cognome.

L’altro ospedale, quello degli Incurabili, non forniva alcune informazione ufficiale, anche se buona parte delle partorienti erano nubili e i loro figli erano destinati a finire all’Annunziata (Guidi 1986). L’arrivo di bambini dall’ospedale avveniva regolarmente, insieme a piccole note indicanti informazioni generali – ora di nascita, genere, spesso il nome – scritte a mano dalla stessa persona, probabilmente un inserviente dell’ospedale.

Anche se l’abbandono era una pratica istituzionale, il sistema non assunse mai un ordine impersonale e coerente. Alle volte l’occultamento e lo svelamento delle identità avveniva in modi molto incoerenti. Inoltre le madri avevano la possibilità di influenzare le informazioni che arrivavano all’Annunziata, fornendo informazioni sul nome del figlio e del padre. Queste divergenze nella pratica istituzionale suggeriscono che la distinzione tra “ufficiale” e “popolare” rimaneva piuttosto vaga.

I messaggi ufficiosi confermerebbero questa ipotesi. Innanzitutto, la non coincidenza dei ruoli, come delineato da Goffman (1983) e discusso da Hanks (1996), è evidente. Chi scriveva i messaggi; ovvero, chi era lo scrivano (cf. animator)? Chi era l’autore del testo? E infine, chi era a decidere cosa dovesse essere scritto e cosa omesso? Anche nel caso che questi ruoli coincidessero, i messaggi risultano essere prodotti convenzionali di specifiche relazioni sociali, costituite da vari intermediari e vari registri comunicativi. In più, fanno eco a espressioni idiomatiche convenzionali usate anche in altri luoghi, per esempio a Milano (Hunecke 1988), e ancor prima a Verona (Cappellotto 1983), Torino (Doriguzzi 1983) così come a Parigi (Robin e Walch 1987), sebbene tradotte nel dialetto locale. Solo un numero esiguo di napoletani era in grado di scrivere effettivamente nell’italiano standard. Descrivendo gli scrivani di professione, Albano (1990 [1857]) enfatizza l’importanza del loro servizio per gli analfabeti. Alcuni dei messaggi sono scritti così bene che sembrano stati scritti per dar prova dell’abilità dello scriba. Ma altri intermediari erano in egual modo necessari, levatrici e preti particolarmente. Alla fine, le trappole metodologiche del populismo e dell’esagerazione della coerenza culturale sono perlopiù evidenti. Ma io credo che le fonti possano essere lette in maniera tale da eludere sia le seduzioni dell’iper-interpretazione sia l’eccessivo scetticismo.

Segni di riconoscimento come messaggi

Le note e gli oggetti abbandonati insieme ai bambini erano chiamati segni di riconoscimento. Questi segni avrebbero consentito l’identificazione del figlio e dei genitori qualora ce ne fosse stato bisogno. Spesso il messaggio scritto (cartula) e il segno materiale (segno) erano concepiti in maniera distinta, la prima utilizzata con il solo fine di comunicare informazioni riguardo il secondo. Alcune cartule erano lettere elaborate, mentre altre erano solo avvisi dettagliati, ma la maggioranza erano note brevi, laconiche e impersonali. Ma anche queste ultime, seppure in maniera enigmatica, trasmettevano un repertorio di complessi significati simbolici: “Dio mi ha dato un angelo custode, e questo è il nome che voglio 1870.”

Anche se il segno di riconoscimento non era l’unico mezzo per recuperare le informazioni necessarie all’identificazione, è probabile che molti genitori lo ritenessero indispensabile. Spesso facevano appello alle autorità affinché questo segno fosse conservato meticolosamente – che fosse una lettera, un nome, un amuleto, una moneta o una figura votiva.

Per questi genitori la ruota non era solo uno spazio di frontiera tra due mondi sperati. Spesso ci tenevano a consegnare esplicitamente i loro diritti e doveri parentali all’istituto o direttamente alla Madonna. Erano frequenti riferimenti e appelli alla carità delle suore, all’attenzione del direttore e alle possibilità di benessere legate alla pratica dell’affidamento. La paura che il bambino morisse raramente veniva espressa esplicitamente, poiché i messaggi svolgevano anche la funzione di una lettera di raccomandazione. In maniera persuasiva, pregavano il personale dell’istituto evocando un legame tra questi, sé stessi e i propri figli, impostato sui codici del patronato e della parentela. Tuttavia, è più probabile che queste raccomandazioni non avrebbero mai raggiunto il direttore senza l’intervento di altri intermediari influenti

Le note, le lettere dei più umili, mostrano una combinazione di due atti comunicativi distinti: affermazione e rinuncia alla funzione di genitore. La prima persona singolare, così come le parole “madre” e “padre”, sono utilizzate così raramente da risaltare nell’assenza. Al contrario, la potente e quasi violenta espressione “gettato nel buco dell’Annunziata” ricorre spesso. La natura drastica della separazione è accentuata dalle note che specificano la data esatta in cui quest’ultima è avvenuta, ma omettono la data di nascita o il nome del neonato. Il messaggio qui riportato restituisce un’immagine grafica di questa ambivalenza. Insieme a svariati e coesistenti significati di maternità e paternità – di parentela e cura – si nota la mancanza di riferimenti alla Madonna.

I genitori inconsolabili consegnano quest’infelice affidandolo alle Vostre cure e buone intenzioni, che sappiamo essere tutte quelle che un vero padre potrebbe dargli, e a Voi, alla direzione di un rifugio tanto buono e benedetto, affidiamo questo bambino, chiedendoVi anche di conservare la qui presente così che, se Dio vuole, potremo un giorno soddisfare il desiderio di riabbracciare il nostro amato figliolo. Vi imploriamo inoltre che venga battezzato col nome di Vincenzo, e se per caso si dovesse presentare una famiglia agiata avete massima facoltà di darlo in affidamento, che non perda la possibilità di una vita migliore.

 Nomi come segni di riconoscimento

Il nome stesso costituiva un segno. Il nome proprio spesso conservava la memoria genealogica più accuratamente del cognome, grazie alla tradizionale alternanza di nomi tra le generazioni e in ordine di nascita. Questa categoria funzionava bilateralmente e per entrambi i generi, ma a causa della patrilinearità della trasmissione, solo il nome del nonno paterno e materno appariva nella documentazione. Spesso anche i figli illegittimi venivano battezzati secondo questa tradizione, ma potevano anche portare il nome proprio della madre o del padre. Il patronimico può dare informazioni circa la paternità, e sul ruolo del padre nel caso di nascite al di fuori del matrimonio. Il bambino dunque era destinato a portare questo segno di riconoscimento per tutta la vita anche nel caso che l’abbandono era stato deciso in anticipo? Una nota indicante “Ernesto, se è un maschio”, per esempio, deve essere stata compilata prima della nascita.

I nomi possono anche darci un assaggio delle discrepanze tra il sistema burocratico di registrazione e il mondo sociale di una popolazione a maggioranza analfabeta. Albano (1990 [1875]) sostiene che molti napoletani non conoscevano neanche il proprio nome ufficiale per la pratica comune di assegnare soprannomi.

I diminutivi e le forme dialettali dei nomi indicano origini umili, e appaiono tipicamente nelle note scritte in calligrafie a stento leggibili. Allo stesso modo, nomi propri multipli e una scrittura curata, possono indicare la pretesa di un più alto status sociale. I nomi funzionano anche da benedizioni, forme di protezione, e ricorrono frequentemente i nomi legati alla Madonna. L’atto stesso di indicare il nome può essere testimonianza delle intenzioni dei genitori: “[viene chiesto] che il seguente nome venga dato, affinché la bambina possa essere reclamata.”

La questione dei cognomi è più complicata. Non era raro che il bambino prendesse i cognomi di entrambi i genitori. È stato affermato che l’esistenza di un messaggio ma in particolare la presenza dei cognomi, era espressione dello stato legittimo del neonato. Sulla base di questa supposizione, De Crescenzio stima che il tasso di bambini legittimi doveva essere dei due terzi (1873:271) o, più tardi, che “potesse essere superiore a un terzo” (Statuto Organico 1875:2). Tuttavia queste stime non possono essere supportate da prove documentarie in maniera aproblematica. Dal momento che le donne napoletano mantenevano il cognome del padre anche da sposate, lo stato di famiglia di una donna non poteva essere evinto da quest’ultimo. Il problema dei cognomi veniva affrontato in molti modi.

I messaggi illustrano pratiche combinate di informazione, disinformazione e occultamento. Occasionalmente, l’assenza dei cognomi risalta dal fatto che venivano scritti in un primo momento per poi essere cancellati. Allo stesso modo, uno spazio vuoto o tre puntini indicavano la mancanza del cognome. Non era neanche raro che il nome completo della madre comparisse a fianco delle iniziali del padre o della frase “per il momento, padre sconosciuto” oppure “cognome non pervenuto”. Ma, curiosamente, quest’asimmetria a volte veniva rovesciata: il nome del padre veniva comunicato per intero mentre la madre rimaneva anonima. Molti genitori si astenevano dal trasmettere il proprio nome, allo stesso modo coloro che scrivevano. Gli scrivani e gli intermediari – le levatrici, in particolare, - di solito preferivano rimanere anonimi.

Segni fisici e materiali

La madre infelice di questa Bambina si appella umilmente al Signor Cavaliere in carica di avere la cortesia di battezzarla col nome di Adelinda Erminia. Così che un giorno possa riconoscere sua figlia tramite i nomi di battesimo e un segno sulla gamba sinistra.

Come segni identificativi in caso di reclamo, i nomi erano utilizzati allo stesso modo di certi oggetti o segni fisici. Nel caso seguente, il nome prescelto diventa un autentico, corporeo segno di riconoscimento. E infatti, Ida sarà poi riconosciuta da sua madre come figlia naturale.

La piccola viene dalla Sezione di S.Lorenzo, nata oggi alle 15.30 ora locale. Il nome Ida è stato scelto dalla madre che ancora la portava in grembo. Si prega che questo nome venga preservato e tenuto da conto, poiché sarà presto reclamata dai suoi genitori. È stata incisa sulla natica destra l’iniziale del suo nome, cioè, la lettera I. Napoli [data, pagina lacerata]

Non era raro che i neonati fossero marchiati fisicamente, e qualche volta veniva anche riportato nella nota di accompagnamento. Un altro metodo utilizzato era forare un orecchio solo (inserendo all’interno un nastro colorato). In alcuni messaggi, viene richiesto di “marcare” il bambino, che può riferirsi genericamente alla registrazione, al medaglione oppure a un vero e proprio marchio a fuoco.

Tuttavia, i segni più comuni erano oggetti, di solito medaglioni, monete, immagini sante o amuleti. Si supponeva che la bambina avrebbe portato con sé nastri e amuleti per “tutta la vita”, come si legge in un messaggio, così da avere sempre “un segno, diverso dagli altri”. Spesso gli oggetti venivano divisi in due, e i genitori ne conservavano una metà.

Come tutti i segni, i messaggi non sono solo segni scritti, ma reperti testuali. La qualità della carta, l’inchiostro, la calligrafia e la composizione (atipica) funzionavano da segni di riconoscimento. Il responsabile del testo enfatizza che sarebbe venuto in seguito a reclamare suo figlio con un pezzo di carta identico. In quest’ottica, le cartule venivano divise come gli altri oggetti – e, in certi casi, erano proprio tagliate in due. In una metà venivano tracciate curve che imitassero la calligrafia, anche senza alcuna parola reale. Informare non era necessariamente lo scopo primario.

In quanto oggetti, i messaggi illustrano gli usi magici della scrittura (Burke 1987). Spesso nelle note viene messo in chiaro che una combinazione particolare di lettere (probabilmente le iniziali del nome dei genitori o l’abbreviazione di una formula religiosa), parole specifiche (come “levatrice autorizzata”) o la firma, sono da leggersi come segni di riconoscimento. Gli oggetti spezzati e i fogli avevano loro stessi un potere magico, dal momento che le due parti sarebbero state sempre connesse, e con loro sarebbe rimasto in sospeso il legame.

Al direttore dell’ospizio napoletano. Si prega umilmente di conservare questo messaggio, poiché un giorno potrebbe essere fatta richiesta, con uno identico, di riavere la bambina affidata alle Vostre pie cure, appartenente a una ragazza che per ora deve nascondersi dagli occhi del mondo.

“Dotata di genitori”

Metà dei trovatelli abbandonati a Milano alla fine venivano reclamati, e più del 90% di loro era legittimo (Hunecke 1988:139). A Napoli, molti meno bambini venivano chiesti indietro rispetto agli brefotrofi, e un’altra caratteristica è la predominanza di figli naturali. Solo un quarto dei neonati riconosciuti tra il 1861 e il 1871 era legittimo (De Crescenzio 1873:220). I riconoscimenti avvenuti tra il 1870 e il 1872 obbediscono alle statistiche: meno del 2% dei trovatelli fu riconosciuto. Metà di questi furono dichiarati figli naturali delle madri. Un quarto fu riconosciuto come figlio legittimo da un genitore (vedovo) oppure da entrambi i genitori. Mi piace vedere il quarto rimanente come una categoria molto particolare: questi bambini furono infatti riconosciuti come figli naturali solo dal padre o da entrambi i genitori. Questo gruppo fa riferimento alla “paternità naturale”, cioè, un’istanza che figura nei testi contemporanei o nella letteratura colta, solo per la sua presunta assenza.

Dunque la maggioranza dei bambini era illegittima? È difficile a dirsi, ma i messaggi testimoniano una grande varietà di relazioni. Sembra che lo stigma dell’illegittimità tenda a modellare le espressioni presenti nelle note. Il nome del padre può essere usato anche in maniera performativa per determinare le prospettive del bambino, allo stesso modo di “appartenente a persone distinte” o “figlio di signori”. Seppure non vengono trascritti i nomi, anche solo il fatto che il bambino “ha una madre e un padre” può essere messo in evidenza per indicare un caso particolare. L’espressione “è figlio proprio” può essere usata lasciando i genitori nell’anonimato. Le allusioni allo status morale e sociale di questi ultimi sono utilizzate per colpire positivamente il personale.

L’uso della prima persona plurale può essere molto persuasivo, e spesso gli scrittori esitano tra la forma singolare e plurale, quest’ultima indicante chiaramente la paternità. Ne è un esempio il seguente estratto: “La madre ha intenzione di riprenderla al più presto possibile. Una copia della presente [cartula] con la stessa scrittura e gli stessi caratteri, firmata con le lettere [riportate] qui sopra Antonina M-J verrà conservata dalla madre, o meglio, dai genitori della piccola”. Un altro esempio: “Lascio questo segno per venire a prendere mia Figlia quando ne avrò la possibilità, e io sono sua madre e Padre.”. La prima probabilmente è stata scritta da una levatrice, poiché la stessa calligrafia e lo stesso stile appaiono in altre cartule.

È abbastanza difficile da accertare se il padre fosse effettivamente coinvolto nel momento dell’abbandono e in quelli successivi, oppure se la sua presenza nei messaggi è da imputare solo alle aspettative della madre. Le espressioni “circostanze familiari”, legittimità futura, “impossibilità di riconoscimento” o, più esplicitamente, “matrimonio incerto” fanno riferimento alla varietà di relazione extra-matrimoniali. A volte i bambini, consegnati con una cartula scritta (e firmata) dal padre, venivano poi riconosciuti dalla madre come figli naturali. I due messaggi seguenti mostrano delle variazioni su questo tema. La prima cartula accompagnava Silvia, la quale entrò all’Annunziata il giorno della sua nascita, e fu prelevata meno di un mese dopo dalla Signora Emilia come figlia naturale. La nota potrebbe essere stata scritta da Vincenzo o forse da Emilia, la quale, essendo una signora, probabilmente era istruita. L’altra bambina, Elvira non fu mai reclamata, e dunque le speranze della madre – probabilmente la stessa che scrisse la nota – non furono mai realizzate.

Silvia, figlia di Vincenzo e Emilia, nata l’8 maggio alle ore 12, Quartiere Montecalvario – Napoli. Alla signora direttrice è richiesto di non portar via dal collo della bambina il medaglione [della Madonna Addolorata], poiché il padre conserva l’altra metà. Occhi neri.

Affido a questa grandiosa istituzione a alla cura di molti cuori nobili e generosi mia figlia, battezzata con i nomi Elvira, Adele, Cristina di Giovanni O. [nome del padre] e di A.G. Nata alle 3 del mattino il 13 ottobre 1870. Che Dio possa concederle la vita, dal momento che un giorno, non troppo lontano, sarà fiera di portare il nome [casata] di un gentiluomo conosciuto e onesto. Imploro ancora la cura della mia Elvira!!! N.B. Per ragioni di tempo la suddetta è stata registrata solo all’ufficio [i.e. non battezzata].

Per quanto riguarda l’argomento di questo articolo, la combinazione di queste fonti è illuminante. Seguire i nomi fa risaltare la natura ambigua della comunicazione. Inoltre, è chiaro che tra legittimità e illegittimità c’è un’ampia zona grigia. Se vengono combinati diversi tipi di documenti, la legittimità che si dichiara o alla quale si allude nelle cartule non è sempre verificabile. Tuttavia, i bambini riconosciuti o registrati come figli naturali di un solo genitore erano, in certi casi, lo stesso figli “di madre e padre”. Succedeva che anni dopo il riconoscimento materno anche il padre riconoscesse il figlio. Tirando le somme, questi esempi illustrano che le “unioni irregolari” non erano inconsuete, anche se questi casi sono troppo rari per poterne fare una chiara generalizzazione. Questo aspetto solleva importanti domande riguardo la non-esistenza immaginaria dei padri.

Segni di indifferenza?

Dunque il totale anonimato – cioè, l’assenza dei segni – significa un vero e proprio abbandono, la recisione di ogni legame? La maggior parte dei bambini non aveva con sé alcun segno di riconoscimento, il che potrebbe essere interpretato come un segno d’indifferenza, dal momento che i segni di riconoscimento non richiedevano alcuna capacità, sforzo o risorse particolari. Non era necessario essere istruiti: anche solo un nastro, un pezzo di abito, un’immagine di santo, o una pagina staccata da un giornale potevano fungere da segni.

Tuttavia ci sono delle riserve riguardo a quest’affermazione. Il nome, il luogo e la data di nascita potevano essere stati comunicati a voce, attraverso la ruota, e poi registrati. Inoltre solo il 60% dei bambini reclamati aveva con sé dei segni di riconoscimento. Non solo la maggior parte di questi erano illegittimi, ma questi ultimi era anche più probabile che fossero dotati di segni (cf Kertzer 1993:113-16). Questa disparità deriva soprattutto da differenze sociali: i genitori legittimi erano solitamente poveri e analfabeti, mentre tra le relazioni extra-matrimoniali c’erano molti signori. Spesso l’abbandono e l’anonimato non riflettono la situazione dei bambini nati al di fuori del matrimonio.

In questo contesto permeato da anonimato, analfabetismo, oscurità e vergogna, affidarsi alle prove negative è molto problematico. Pochi dei messaggi erano davvero eloquenti, ed è facile supporre che quelli più atipici ed elaborati possano gettare luce su quelli scritti con grande difficoltà da persone che a stento erano in grado di farlo. Entro certi limiti questo è plausibile, poiché ci sono delle strutture ricorrenti che evidenziano allo stesso tempo diversità e complessità. Un esempio è il numero significativo di segni materiali, il cui significato non viene sempre riportato nei messaggi. Soprattutto però il tono della cartule è ambivalente, ed è proprio quest’ultimo aspetto che i messaggi atipici trasmettono. Il dilemma del nome è generato dal conflitto tra la necessità di segretezza e quella di assicurare un potenziale riconoscimento. Allo stesso modo, il futuro e la sopravvivenza dei bambini erano strettamente legate alla sospensione del loro status sociale, da una parte, e al mantenimento del loro status come membri della “pia Istituzione”, dall’altra.

Conclusioni

Solo raramente è possibile ricomporre la documentazione o, in altre parole, seguire i nomi. Probabilmente il caso più tipico è quello dei bambini che, ammessi all’età di un giorno, privi di qualsiasi segno di riconoscimento, sarebbero successivamente morti all’Annunziata. Dei bambini ammessi nel 1870 solo un terzo era ancora vivo alla fine del 1872 (De Crescenzio 1873:232), e non tutti i decessi venivano registrati. Del resto le tracce lasciate sono scarse e non parlano che di abbandono, negligenza istituzionale e morte.

L’oggetto del mio studio sono i molteplici ed enigmatici segni di vita di una realtà che fu appropriatamente definita dai contemporanei come “il massacro degli innocenti” o “infanticidio legale”. Tuttavia a Napoli la ruota ha rappresentato un “doppio salvataggio” per i trovatelli, conferendo loro una protezione sacra (Bardet 1991). In realtà questa protezione non si è mai materializzata in fondi sufficienti per i salari delle balie: salvare le anime dei bambini e raccoglierle sotto gli auspici dell’Ave Gratia Plena era più essenziale di salvar loro la vita. D’altra parte molti bambini sopravvissero solo grazie allo status di figli della Madonna. La presenza costante di balie volontarie e di adozioni de facto erano in parte dovute all’anomalia di questa posizione a metà tra sacro e profano.

La vita umana non trova il suo significato nella mera sopravvivenza, ma nell’esistenza come individuo, come una persona battezzata, identificata, allevata, cresciuta, a cui siano stati dati diritti e doveri come rappresentazione di un’appartenenza. Allo stesso modo il concetto di morte può essere esteso per includere abbandono, esclusione, perdita, cancellazione e anonimato. La prossimità di vita e morte assunse svariate forme alla Reale Santa Casa dell’Annunziata. La ruota come strumento e come simbolo diede forma fisica alla dialettica tra vita e morte.

Forse è proprio la sostanza dei segni a riflettere questa dialettica. I marchi imposti sulla pelle dei neonati, gli amuleti o le immagini dei santi, gli oggetti divisi a metà, i nomi, le richieste e le raccomandazioni, l’enfasi sui legami parentali (con o senza nomi), l’evocazione della Vergine, l’importanza del battesimo, l’attenzione per un’accurata registrazione ed identificazione sono espressione di paura e speranza. Le strade dell’Annunziata sono sempre state ben note alle donne napoletane.

Le poche cartule che mostrano caratteristiche atipiche in termini di informazioni possono gettare luce anche sugli altri documenti (Ginzburg e Poni 1991), o perlomeno possono mettere in dubbio l’opinione dominante riguardo l’abbandono della prole. Non tutti i “figli di madre e di padre” erano legittimi, e tuttavia questa rivendicazione non era una menzogna. I padri di cui non viene riportato il nome potrebbero essere stati presenti nella vita dei propri figli tanto quanto i padri noti potrebbero non esserlo stati. Questo ovviamente non mette in dubbio che molte madri non sposate furono esse stesse abbandonate dal padre del bambino e dalle famiglie. I messaggi parlano di una realtà sociale più complessa e opaca di quella che la nuda verità storica ci restituisce.

Le ragioni dell’abbandono erano semplici, come l’incapacità delle donne povere e denutrite di allattare i propri figli. Ma alla fine c’è molto poco di “ovvio” e “naturale”. Il latte materno e i nomi sono fatti semplici, ordinari, tuttavia le trasformazioni di nomi e identità illustrano le connessioni tra sfera fisica, sociale, ideologica e metafisica nell’esistenza sociale e personale dell’individuo. Il numero di morti è sconvolgente, ma non autorizza a ridurre questo universo sociale stratificato a “beni deperibili”, interessi economici e maneggi né a istinti innati o a presunte ‘emozioni parentali’.

I neonati potrebbero essere stati abbandonati nell’indifferenza dei genitori, ma questo non è possibile verificarlo. Inoltre nemmeno l’indifferenza può essere distinta dalla complessità del contesto socio-culturale in cui ha preso vita.