Dal Libro: La ragazza con il piercing al naso


Nella città di Napoli i distretti sanitari dove risiedono sia le famiglie con più di tre figli sia le baby-mamme sono risultati quelli a forte esclusione sociale. Proprio la struttura sociale di quattro città tra cui Napoli è stata oggetto di una interessante ricerca. Gli autori hanno classificato le sezioni censuarie di quattro grandi città, Torino, Milano, Roma e Napoli in funzione della tendenza ad escludere o attrarre aggregati sociali ritenuti svantaggiati. In base alla elaborazione dei dati del censimento della popolazione 1991-2001 sono stati valutati indicatori quali: la percentuale di diplomati, le famiglie in affitto e il tasso di disoccupazione.
“Concentrandoci sulle zone che esercitano la maggiore attrazione di disagiati riscontriamo che a Milano e, in misura minore, a Roma e Torino la quota di popolazione che vi risiede si riduce nel decennio 1991-2001, mentre a Napoli aumenta, passando dal 15,7% al 18,9%. Conseguentemente, l’indice di polarizzazione (che raggiunge il valore massimo di 100 nel caso astratto di una città divisa nettamente in due) si riduce, sia pur lievemente al Nord; è stabile a Roma, ma cresce invece e in modo vistoso a Napoli”.
“Una casa può essere piccola o grande; finché le case circostanti sono ugualmente piccole ciò soddisfa ogni domanda sociale di tipo abitativo. Ma se un palazzo cresce accanto a una piccola casa, la piccola casa diventa un tugurio e chi vi abita si sentirà sempre più a disagio, insoddisfatto e ristretto in quelle quattro mura”. Così scriveva Karl Marx, nel 1942.
Secondo Victor Fuchs, “la gente è povera in rapporto ad altra gente che povera non è”; la attrazione esercitata su specifiche fasce di popolazione da parte di alcune zone della città rappresenta una difesa della percezione soggettiva di povertà. Inoltre le donne, come i bambini e gli anziani, sono rese più vulnerabili nel proprio e dal proprio contesto di riferimento, lì dove per vulnerabilità sociale si intende “l’insieme di caratteristiche di una persona o di un gruppo e della situazione in cui si trovano a vivere, che influenza la loro capacità di anticipare, adattarsi, resistere all’impatto di eventi negativi”.
La concretizzazione di queste aree territoriali e sociali, dove si realizzano indicatori di disagio sorprendentemente omogenei, determina soprattutto per le donne un rischio maggiore, in quanto fa sì che la rete familiare e sociale finisca con il rappresentare l’unico tessuto culturale di riferimento. Pertanto le mamme bambine che in questi quartieri ancora seguono il rito della “fuitella” per convolare a (in)giuste e sciagurate nozze, costruiscono la loro nuova e precaria unione presso la abitazione di una delle due famiglie di origine. E così accade che la mancanza di un welfare non incide solo sulla vita di quelle donne che hanno un lavoro ma non hanno sostegni, purtroppo amplifica il danno a carico delle più giovani alle quali, condizionando la permanenza nel proprio contesto di riferimento e impedendone l’allontanamento, di fatto le esilia in una fatale esclusione dalle opportunità.
“Nel caso della povertà, le reti sociali sicuramente giocano un ruolo fondamentale, sebbene ambivalente: da un lato, garantiscono sostegno e protezione; dall’altro, l’appartenenza a un network economicamente povero, può accrescere ulteriormente il rischio di permanere nella situazione di bisogno, perché tali reti spesso costituiscono una fonte di condizionamento e stress”.
Esiste una stretta correlazione tra il benessere della madre e quello del bambino, dal momento che la qualità della vita di un bambino dipende dal benessere, economico e sociale (in termini di salute, livello di istruzione, ecc) della madre. Dal Rapporto sulle Madri Povere in Italia risulta che, in base ai dati Eurostat, nel 2008, i livelli più elevati di povertà infantile nei 27 Paesi dell’Unione Europea sono stati registrati in Romani, Bulgaria, ma anche in Italia (con il 25% dei minori più a rischio di povertà rispetto alla media della popolazione). Diventare madre è sempre più spesso collegato ad un generale impoverimento della famiglia, indipendentemente dalla tipologia familiare.
“Una lettura del dato a livello territoriale consente ancora una volta di mettere in luce il grave divario che esiste tra le diverse aree geografiche del Paese e come nelle regioni del Mezzogiorno la presenza di madri povere sia particolarmente accentuata, indipendentemente dal numero di figli e dalla struttura familiare. L’incidenza della povertà relativa delle madri povere nelle regioni meridionali è, rispettivamente, di quasi 4,5 e 3,5 volte superiore a quella registrata nelle regioni settentrionali e centrali. L’incidenza della povertà tra le madri al Sud è particolarmente grave, pari al 27% circa se queste vivono all’interno di una coppia (e pari a 928.000 su un totale di 3.468 milioni di unità) e del 27,6% se invece sono sole (134.000 mamme su 486.000)”.

Dal Cap.II ‘Gli Incontri’: Le donne-bambine

………Le adolescenti di cui vi parlo non le ho incontrate in ambulatorio dedicato ai problemi propri dell’età, ho conosciuto le “mie” adolescenti in spazi dove le declinazioni della vita, che vivevano come ospiti inconsapevoli, erano proprie di altre età, dove la speranza e la leggerezza che rappresentano le caratteristiche più autentiche di quegli anni, avevano lasciato il posto ad una sofferenza e ad una rassegnazione intempestivamente precoci.

Adele

Adele aveva 12 anni. Quando l’ho incontrata era già al quarto mese di gravidanza.
Oggi siamo forse più abituati a pensare ad una dodicenne come ad una giovanissima donna, ma negli anni Ottanta le ragazzine erano ancora ragazzine, nel pieno di quel guado fisico, psicologico, affettivo che caratterizza uno dei periodi di passaggio, secondo come complessità e inquietudine solo all’inizio della terza età. Adele dimostrava ed aveva esattamente 12 anni, non uno in più!
Piccola e paffuta, con gli occhi color nocciola, naturalmente sgomenti come di fronte ad un regalo inatteso, con due fossette che le bucavano le guance ogni volta che sorrideva; nonostante tutto, lo faceva spesso.
«Perché, cosa è accaduto, è così giovane!», chiesi alla madre con sincera apprensione.
Ma il mio dolore, per quanto sinceramente partecipato, era una sfumatura appena accennata se confrontato con quello della mamma di Adele. Non ricordo né la sua età, né la sua figura. Ma il colore dei suoi occhi indicava una vecchiaia anticipata, generata da una stanchezza e da un dolore primitivo, già antico. Gli anni avevano raggiunto la mamma di Adele prima ancora che invecchiasse. Il colore dei suoi occhi era come scolorito nel pianto per quella bambina trasformata in donna dal boss della zona, la luminosità era come impedita quanto la possibilità di denunciare e di ribellarsi, l’intensità era andata perduta nella sottomissione a un potere spietato.
Adele era vittima dell’amore di uno dei boss del quartiere, sposato e con una figlia della sua stessa età.
Quella di Adele mi apparve subito una di quelle vite a cui in maniera crudele, addirittura immorale, viene sottratto il bene più prezioso, e cioè il tempo stesso della vita. Nelle aree disagiate infatti i tempi dell’infanzia e ancor più quelli della adolescenza subiscono una brutale accelerazione, il rispetto dei processi evolutivi, la costruzione progressiva, ma necessariamente lenta, della personalità non coincidono con la realtà che il quotidiano impone violentemente.
Bambini e bambine, ragazzi e ragazze vivono gli anni che separano l’infanzia dall’adolescenza e quest’ultima dall’età adulta, attraversando riti di passaggio propri di altri tempi in quelle comunità in cui il diritto a una vita dignitosa viene costantemente negato.
La violenza, il sopruso continuano a passare indisturbati attraverso i corpi delle donne, qualunque età abbiano. La sopraffazione sulle donne è un dato, ma in questo caso tutto era più dispotico, più truce, più spietato! Aver violentato una bambina di 12 anni era qualcosa di abietto, ma pretendere che avesse addirittura un figlio equivaleva a perpetrare l’abuso nel tempo, quasi a legalizzarlo nella costituzione di un nuovo, scellerato nucleo familiare.
Adele non avrebbe mai conosciuto l’amore sano, di e verso un coetaneo una volta raggiunta l’età per innamorarsi, non avrebbe mai distinto la sessualità dalla perversione, e non sarebbe mai più andata a scuola. ………………….

Annamaria

……………Questa è una di quelle esperienze che fatico sempre a trovare in quella sorta di credenza ben chiusa a chiave che immagino sistemata giù in fondo all’anima di ciascuno di noi, dove riponiamo insieme le cose più care, e anche quelle proibite, o quelle troppo felici che pure ci sono capitate e per questo spesso inopportune per essere raccontate, o ancora quelle troppo tristi che non rievochiamo più perché non vengano offese dalla superficialità di un ascoltatore distratto, ed infine quelle che portano il peso della colpa, per le quali il rimpianto di non aver fatto abbastanza o peggio di avere sbagliato ci raggiunge ormai inutilmente. Vi sono episodi, persone, emozioni, immagini, che volontariamente o no, finiscono per essere custoditi in questo spazio unico e prezioso.
Porto ancora il senso della sconfitta molto vivo dentro di me quando penso a quella ragazzina tanto dura e violenta che non mi consentì di avvicinarmi per un solo istante alla sua sofferenza, e penso con rammarico alla mia incapacità a raggiungerla. La sua storia è forse tra le esperienze più brutali che mi sono trovata a conoscere in questo mio lavoro e confesso ancora un forte malessere nel raccontare tutti gli episodi che inesorabilmente ma prevedibilmente accaddero nella breve vita di questa adolescente.
Il mio disagio è legato al senso di colpa non come medico bensì come componente di una comunità che genera tanta disparità sociale da fabbricare mostri e vittime che, se non incontriamo almeno una volta, stentiamo a credere che possano davvero esistere. Una accreditata rivista inglese definisce la sanità pubblica “ciò che, come società, facciamo collettivamente per assicurare le condizioni perché le persone siano in salute”.
Annamaria abbandonata dalla madre viene messa in un istituto dove subisce violenza da parte di un inserviente (rimasto certamente impunito), ma poiché è troppo giovane e forse non solo per questo, non si da peso al suo ritardo mestruale e la gravidanza va avanti. Nasce un bambino che viene affidato alla nonna materna, presso cui dopo poco si trasferisce anche lei.
Intanto si fa viva la madre con un nuovo compagno. Annamaria va a scuola, la nonna tiene il bambino e con grande fatica, le cose sembrano entrare in una dimensione accettabile, tanto che trova spazio anche l’amore. Il ragazzo ha anche un lavoro e le speranze e i sogni acquistano una inaspettata concretezza. Si è forse ancora in tempo per perdonare l’abbandono, la violenza, la maternità precocissima. Si è in tempo, forse, per vivere e per non essere sopraffatti da un qualcosa che di vivo ha solo l’infelicità e la rabbia.
Incontrai Annamaria in un pomeriggio in cui il consultorio era affollatissimo e purtroppo la mia disponibilità all’ascolto molto ridotta. Il suo rancore occupò la stanza, riempiendo ogni spazio disponibile in quell’ambiente pure abituato ad accogliere e contenere altre sofferenze, e coinvolse tutti. Di fronte a quel livore così assoluto, la mia professionalità si dissolse, e la mia inadeguatezza ed incompetenza determinarono una totale mancanza di relazione.
Annamaria venne in compagnia della madre, che riferì un ritardo nella mestruazione della figlia, tra loro un dialogo difficile, una fortissima tensione fatta di insulti, aggressività, silenzi ostinati, minacce. Sopraffatta dalla mia incapacità a gestire la situazione, non decodificai la disperata richiesta di aiuto che si nascondeva dietro tanta resistenza. Feci prevalere il mio ruolo, mi nascosi dentro il mio camice bianco e decisi di rimandare l’incontro anche solo di qualche giorno, con la puerile speranza che gli animi si rasserenassero. Fu l’ultima volta che la vidi.
Forse era davvero incinta, ma non fu questo il motivo per cui si diede fuoco cospargendosi di benzina, dopo solo due giorni. Tutta quella rabbia, quel rancore, quell’odio che erano esplosi durante la visita al consultorio erano dovuto al fatto che qualche giorno prima aveva sorpreso la madre proprio insieme al suo nuovo amore, quel ragazzo in cui lei aveva creduto e che sembrava la stesse traghettando verso una vita normale. Annamaria morì dopo una lunga agonia.
La stampa e i telegiornali riportarono la notizia nello spazio dedicato alla cronaca rosa, come un suicidio per gelosia. Il fidanzato fu fotografato sconvolto dal dolore al suo capezzale. Non una parola sulla verità di una morte, non un accenno sulla dolorosa complessità di una vita tanto breve.
Ma ancora oggi una sua amica si domanda se fu proprio Annamaria a darsi fuoco, o se qualcuno le diede fuoco. Conoscere oggi la verità è del tutto irrilevante. Il mostro aveva ucciso la sua vittima.
Distinguere in questi contesti chi sia la vittima e chi il mostro è complicato……………….


* Rosetta Papa è nata a Napoli dove attualmente vive. Ginecologa, ha lavorato per molti anni presso l’Università Federico II. Ha partecipato al movimento per le donne per l’apertura dei consultori familiari e in uno di questi, proprio in un quartiere difficile della città, ha svolto la sua attività per trent’anni. Attualmente è direttore dell’ “Unità operativa complessa tutela salute della donna” della ASL Napoli 1 Centro. È inoltre responsabile del Programma screening per la diagnosi precoce dei tumori della sfera genitale femminile per la stessa Azienda sanitaria. Ferma sostenitrice dell’importanza dell’empowerment per favorire la consapevolezza dei diritti di salute, ha realizzato video a carattere divulgativo sul parto, sulla menopausa e sull’esperienza dell’aborto.